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IL CERVELLO CONTRO I SENSI: LA DISPERCEZIONE DEL RISCHIO

Dai 19 ragazzi di Lignano ai 5 lavoratori di Casteldaccia: cosa ci insegnano questi eventi sulla percezione del rischio?

Come è possibile che 19 ragazzi abbiano trascorso un’intera giornata sotto il sole, senza adeguata protezione e con scarsa idratazione, fino a richiedere l’intervento dei soccorsi e il ricovero di molti di loro?

A prima vista potrebbe sembrare un episodio distante dal mondo della salute e sicurezza sul lavoro. In realtà, sotto il profilo psicologico, cognitivo e neuroscientifico, questo evento presenta sorprendenti analogie con quanto accaduto a Casteldaccia, in provincia di Palermo, nel maggio 2024, quando cinque lavoratori persero la vita durante attività in un ambiente confinato contaminato.

Pochi giorni dopo quella tragedia, insieme all’Ing. Carmelo G. Catanoso, pubblicammo un articolo dal titolo “Spazi confinati e Safety Mindfulness” (https://www.mindfulsafety.it/2024/05/21/spazi-confinati-e-safety-mindfulness/) ponendoci una domanda semplice quanto scomoda: come è possibile che persone adulte, esperte e formate continuino a esporsi a rischi potenzialmente mortali?

L’episodio di Lignano ripropone la stessa questione in un contesto completamente diverso, ma con dinamiche psicologiche sorprendentemente simili.

Sensazione e percezione non sono la stessa cosa

Quando si analizzano incidenti, infortuni o eventi critici, si tende spesso a concludere che le persone “non si siano accorte del pericolo”. Le evidenze scientifiche suggeriscono invece che il problema sia frequentemente più complesso.

I ragazzi coinvolti nell’episodio di Lignano probabilmente percepivano il caldo, la sete, la stanchezza, la riduzione delle energie e il crescente disagio fisico dovuto alla disidratazione.

Allo stesso modo, è plausibile che anche i lavoratori di Casteldaccia abbiano percepito segnali anomali provenienti dall’ambiente o dal proprio organismo.

Le sensazioni erano probabilmente presenti.

Ciò che potrebbe essere mancato è stata la corretta interpretazione di tali segnali.

Dal punto di vista neuroscientifico, la sensazione rappresenta l’informazione grezza proveniente dai sistemi sensoriali e interocettivi. La percezione, invece, è il risultato dell’elaborazione che il cervello costruisce integrando sensazioni, memoria, esperienza, aspettative, convinzioni e contesto sociale.

In altre parole, non reagiamo alla realtà oggettiva, ma alla rappresentazione mentale che il cervello costruisce di quella realtà.

Il cervello tende a normalizzare ciò che non conosce

Le ricerche di Daniel Kahneman e della psicologia cognitiva hanno mostrato come il cervello utilizzi scorciatoie decisionali per interpretare rapidamente ciò che accade intorno a noi.

Quando un segnale è ambiguo o poco familiare, la mente tende a ricondurlo a qualcosa di noto e rassicurante.

Il caldo intenso può essere interpretato come una normale giornata estiva.

La stanchezza può essere attribuita allo sforzo fisico.

Un malessere iniziale può essere considerato temporaneo.

Una sensazione anomala durante il lavoro può essere percepita come qualcosa di già visto e non particolarmente pericoloso.

Questo processo di normalizzazione è generalmente adattivo e consente di non vivere costantemente in uno stato di allerta. Tuttavia, in presenza di rischi reali e progressivi, può trasformarsi in un potente meccanismo di sottovalutazione del pericolo.

Nel modello MINDFULSAFETY questo fenomeno viene interpretato come una forma di dispercezione del rischio, ovvero una discrepanza tra il segnale reale proveniente dal corpo o dall’ambiente e il significato attribuito a quel segnale.

Il ruolo della pressione sociale e della normalizzazione collettiva

La percezione del rischio non dipende esclusivamente dai nostri sensi.

Una parte importante delle nostre valutazioni deriva dall’osservazione del comportamento altrui.

Se tutti continuano a giocare sotto il sole, la situazione appare normale.

Se nessuno manifesta disagio, il rischio viene inconsciamente ridimensionato.

Se gli altri continuano a lavorare, aumenta la probabilità che anche noi continuiamo.

Gli studi classici di Solomon Asch sulla conformità sociale e quelli di Latané e Darley sull’effetto spettatore hanno dimostrato quanto il comportamento del gruppo influenzi il giudizio individuale.

In ambito sicurezza questo fenomeno assume un’importanza particolare.

Molti lavoratori non valutano soltanto il rischio tecnico, ma osservano continuamente ciò che fanno i colleghi. Quando il gruppo normalizza una condizione di rischio, anche la percezione individuale tende a ridursi.

In termini semplici:

“Se nessuno si preoccupa, probabilmente non c’è nulla di cui preoccuparsi.”

Si tratta di una conclusione spesso errata, ma profondamente radicata nel funzionamento sociale del cervello umano.

Dalla percezione alla decisione: il contributo delle neuroscienze

Le moderne teorie del predictive processing, sviluppate da Karl Friston e approfondite da Anil Seth, descrivono il cervello come un sistema che genera continuamente previsioni sul mondo.

Le informazioni sensoriali non vengono semplicemente registrate. Vengono confrontate con aspettative e modelli mentali preesistenti.

Questo significa che possiamo percepire un segnale reale, ma attribuirgli un significato errato perché non corrisponde alle nostre aspettative.

In pratica:

la sensazione può essere corretta,

l’interpretazione può non esserlo.

È proprio in questo spazio tra sensazione e interpretazione che nascono molti errori umani, molti near miss e molti infortuni.

Le implicazioni per la formazione e la prevenzione

Per decenni la formazione in materia di sicurezza si è concentrata prevalentemente sulla trasmissione delle conoscenze: norme, procedure, obblighi e comportamenti corretti.

Tutto questo rimane indispensabile.

Tuttavia, le evidenze provenienti dalle scienze cognitive, dai fattori umani e dalla psicologia della sicurezza mostrano che conoscere un rischio non equivale necessariamente a riconoscerlo nel momento in cui si manifesta.

Tra conoscenza e comportamento intervengono attenzione, memoria, percezione, esperienza, stato fisiologico, emozioni, automatismi e influenze sociali.

Per questo motivo la prevenzione del futuro dovrà integrare le competenze tecniche con lo sviluppo di capacità percettive e metacognitive.

Occorre allenare le persone a riconoscere i segnali deboli, a interrompere gli automatismi, a mettere in discussione la normalizzazione del rischio e a sviluppare una maggiore consapevolezza situazionale.

In altre parole, non basta insegnare cosa fare.

Occorre aiutare le persone a comprendere come funziona la propria mente quando interpreta il rischio.

Conclusioni

Sembra che l’episodio di Lignano non abbia avuto conseguenze permanenti e auguriamo ai ragazzi coinvolti una pronta guarigione e una rapida ripresa.

Tuttavia, questo evento rappresenta un’importante occasione di riflessione.

Che si tratti di una spiaggia, di un cantiere, di uno spazio confinato o di qualsiasi altro contesto operativo, il problema spesso non è l’assenza di segnali di pericolo.

Molto più frequentemente il problema riguarda il modo in cui quei segnali vengono interpretati.

Forse la domanda più utile non è:

“Perché non hanno valutato il rischio?”

Ma piuttosto:

“Perché non hanno attribuito il giusto significato ai segnali che stavano già ricevendo?”

È proprio in questo spazio, tra sensazione e interpretazione, che si gioca una parte fondamentale della prevenzione moderna e che trovano fondamento gli approcci evidence based orientati al fattore umano, alla consapevolezza situazionale e ai principi sviluppati nel modello MINDFULSAFETY.

Riferimenti bibliografici essenziali

Reason J. (1990), Human Error.

Reason J. (1997), Managing the Risks of Organizational Accidents.

Kahneman D. (2011), Thinking, Fast and Slow.

Endsley M.R. (1995), Toward a Theory of Situation Awareness in Dynamic Systems.

Friston K. (2010), The Free-Energy Principle: A Unified Brain Theory?

Seth A. (2021), Being You.

Asch S.E. (1951), Effects of Group Pressure upon the Modification and Distortion of Judgments.

Latané B., Darley J.M. (1970), The Unresponsive Bystander.

Hollnagel E. (2014), Safety I and Safety II.